Un giudizio fortemente negativo quello che esprime la Cgil sul Piano casa approvato con la conversione in legge del decreto n. 66/2026. Un provvedimento arrivato tardi, incapace di rispondere in modo strutturale alla crisi abitativa e che segna un arretramento grave del ruolo pubblico nella garanzia del diritto alla casa.
In un Paese in cui 1 milione di nuclei familiari in affitto vive in povertà assoluta, 1,5 milioni di famiglie sono in disagio abitativo acuto e 350 mila attendono un alloggio popolare, servirebbe un grande piano pubblico per l’edilizia residenziale, la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio esistente e il sostegno agli affitti.
Il Governo sceglie invece una strada opposta e sposta il baricentro delle politiche abitative dal pubblico al mercato, dai Comuni ai commissari, dai bisogni sociali alla rendita immobiliare.
L' impatto del piano dal punto di vista poi delle risorse stanziate, solo 970 milioni di euro in 5 anni, appare contenuto, rispetto alla dimensione dirompente della crisi abitativa nel Paese segnato dall’aumento degli affitti, dalla difficoltà di accesso ai mutui e dall’impoverimento di lavoratrici, lavoratori, pensionati e giovani. Altre risorse, indicate ma non quantificate, vengono inoltre sottratte ad altri fini come la rigenerazione urbana (PNRR, FSC e Fondo Sociale Clima).
Non si prevede alcun vero sostegno all’affitto. Non vengono finanziati né il fondo affitti né il fondo per la morosità incolpevole. Anche il fondo per la morosità incolpevole degli inquilini ERP viene alimentato spostando risorse già esistenti, senza nuovi finanziamenti, lasciando così le famiglie in difficoltà senza risposte concrete.
Preoccupa inoltre la scelta di vendere una parte dell’edilizia popolare. In questo modo si ridimensiona ulteriormente il patrimonio pubblico, già insufficiente.
Quello che manca è un intervento di politica pubblica organica, che riconosca e realizzi un'"idea di città" concreta e inclusiva. Per garantire realmente il diritto alla casa, la Cgil ribadisce la necessità di agire e pianificare in modo diverso, ripristinando un forte ruolo programmatorio nazionale, rifinanziando in modo stabile i fondi di sostegno all'affitto e garantendo la centralità dei Comuni e il pieno coinvolgimento delle parti sociali nelle scelte di trasformazione urbanistica dei territori.