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comunicati stampa

Lo stress del sistema pensionistico e l'importante ruolo degli immigrati

21 maggio 2026
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L’aggiornamento da parte di Istat dei dati demografici a livello regionale pone in evidenza, se ancora ve ne fosse bisogno, il delicato tema del forte calo demografico che interessa l’Umbria ma, in verità, l’intero Paese e la stessa Europa, dove nessun Paese riesce a raggiungere – in realtà, neanche ad avvicinarsi, ormai – il numero di 2 figli per donna (per la precisione sarebbero 2,1) che sarebbe il tasso di fecondità minimo che assicura la stabilità demografica.

Nella nostra regione il fenomeno si presenta in misura più acuta della media del Paese e, all’interno dell’Umbria, in modo ancor più intenso nel sud della regione e nelle aree interne.

Il tasso di fecondità è ormai sceso, in Umbria, a 1,05 figli per donna. Al tempo stesso la speranza di vita è cresciuta (e questo è, ovviamente, un dato positivo), giungendo ad 84 anni.

Il risultato è un crescente squilibrio tra nascite e decessi: nel 2024 abbiamo avuto 5,5 nati per 1000 abitanti, contro ben 12,4 decessi. Il saldo migratorio, pur restando positivo (+3.869 abitanti), non è in grado di compensare la perdita di popolazione derivante dal segno negativo del saldo naturale. Non vi è, quindi, da stupirsi se l’Umbria ha perso negli ultimi 12 anni circa 40.000 abitanti.

Si potrebbe dire che, tutto sommato, una riduzione della popolazione non sarebbe poi un così gran male, staremmo tutti “più larghi”. Il problema è che tale riduzione non avviene in modo omogeneo ed equilibrato tra le varie fasce di età (come poteva avvenire, nel passato, per effetto delle grandi epidemie, come la peste nera del XIV secolo), ma con uno spostamento verso le fasce di età più avanzate, a causa del calo delle nascite e dell’allungamento della vita media.

In Umbria, ormai, abbiamo, infatti un rapporto tra over 65 e minori di 14 anni pari al 238%, valore questo che, nei primi anni ’50, era di poco più del 30%.

Alla perdita di popolazione dovuta al saldo naturale negativo, si aggiunge una crescente emorragia – meno consistente quantitativamente ma molto significativa – di giovani che vanno via dalla regione. Negli ultimi 10 anni abbiamo avuto un “esodo” che, considerando anche gli arrivi, ha portato alla perdita di ben 7.000 giovani, gran parte dei quali provvisti di titoli di studio medio-alti o alti. Una perdita di competenze e conoscenze che contribuisce al declino – non solo demografico – della regione. Insomma l’Umbria, come gran parte dell’Italia, importa braccia ed esporta cervelli…non è un trading vantaggioso.

I fenomeni sopra accennati mettono in seria difficoltà i sistemi previdenziali, sanitari e produttivi.

Per quanto riguarda i sistemi previdenziali, è evidente come si pongano seri problemi di sostenibilità finanziaria, dato che il calo delle nascite porta a far gravare il peso delle pensioni erogate su un numero sempre più esiguo di soggetti che lavorano e l’allungamento dell’aspettativa di vita determina un allungamento del tempo medio di godimento della pensione.

L’invecchiamento crea stress anche ai sistemi sanitari, dato che le persone anziane, in genere, “consumano” una maggior quantità di beni e servizi sanitari. Ciò è tanto più vero nella nostra regione, per il fatto che in Umbria abbiamo una percentuale di anziani affetti da più patologie (comorbilità) superiore al dato nazionale, con un tasso di ospedalizzazione anch’esso oltre la media.

Focalizzandosi sulla regione, le problematiche sopra richiamate – di grande rilevanza a livello nazionale – si attenuano nel loro impatto, visto che il finanziamento del sistema previdenziale avviene, appunto, a livello nazionale. A sua volta il riparto del Fondo sanitario nazionale – tramite il quale si finanzia il servizio sanitario regionale – avviene per buona parte (per i livelli di assistenza Specialistica ed Ospedaliera) per quota capitaria pesata, tenendo cioè conto delle fasce di età e dei relativi consumi sanitari. In tal modo, per esempio, per le prestazioni ospedaliere, mentre ad un giovane tra i 25 ed i 44 anni viene assegnata un peso pari a circa 0,5, per un anziano over 75 tale ponderazione arriva a 2,9. Questo fa si che, con riferimento al sistema sanitario, la spesa addizionale derivante dal maggior numero di anziani presenti è almeno in parte compensata da un maggior finanziamento.

Dove, invece, la specificità regionale – in termini di prevalenza di persone anziane rispetto ai giovani – non trova “compensazioni” è sul versante del sistema produttivo.

Non è una regione per giovani, si potrebbe dire dell’Umbria ancor più che per il resto del Paese.

La carenza di giovani determina una serie di effetti negativi, a partire dalla minor propensione all’innovazione e, quindi, anche all’intraprendere ed al rischio ad esso associato. Una società anziana tende ad essere meno dinamica, ad offrire quindi meno opportunità ai giovani che, anche per questo, guardano fuori, alimentando un circolo vizioso dove alla perdita di popolazione si associa la perdita di attività e di servizi e tale fenomeno alimenta ancor più la perdita di popolazione, quadro poco roseo, questo, tipico delle aree interne e marginali ma che rischia di estendersi all’intera regione.

Tornando al problema del calo delle nascite, non ci si illuda – come ogni tanto prova a fare la comunicazione politica di chi ci governa – che possa essere risolto con qualche bonus monetario. I Paesi che sono – a fatica – riusciti ad arrestare o addirittura invertire il calo della natalità hanno messo in campo, per anni e anni, misure di ben altra portata. Nonostante il tanto parlare di famiglia, l’Italia non è certo ai primi posti come spesa per benefici familiari e per la tutela materno-infantile. In ogni caso, diverse analisi econometriche dimostrano che l’effetto sui tassi di fecondità di aumenti della spesa pubblica per la famiglia resta piuttosto limitato, tranne nel caso della spesa per potenziare gli asili nido e rendere meno care le relative rette.

Se si vogliono mitigare gli effetti negativi del calo demografico, resta sostanzialmente solo la leva dell’immigrazione, che pure crea non pochi problemi di convivenza, problemi reali ma, troppo spesso, strumentalizzati da forze politiche spregiudicate e pronte a tutto per attirare consenso. Piuttosto che pensare a fantomatiche remigrazioni, sarebbe più utile per tutti mettere in campo strategie e conseguenti misure di vera integrazione, con riferimento alla lingua, alla formazione, al lavoro. Una persona integrata, oltre ad essere produttiva, raramente rappresenta un pericolo per la società.

Lucio Caporizzi, economista e componente del Comitato scientifico di Nuove Ri-Generazioni Umbria

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