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Chi costruisce l'Umbria? Il lavoro straniero regge l'edilizia, ma senza casa non c'è integrazione

23 febbraio 2026
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Sentiamo ormai spesso parlare di “inverno”, “gelo”, “crisi” per descrivere l’andamento demografico e il progressivo aumento dell’età media nel nostro Paese.

Mentre l’inversione della piramide generazionale inizia a materializzare i suoi effetti sul mercato del lavoro, sulla previdenza e sull’assistenza, non c’è dubbio che la presenza della popolazione straniera abbia svolto negli ultimi anni un ruolo di vero e proprio ammortizzatore demografico.

Tra il 2012 e il 2024, la popolazione con cittadinanza italiana è diminuita di 2,27 milioni di unità a fronte di un aumento della popolazione residente straniera di 1,10 milioni.

In Umbria, dove i residenti stranieri rappresentano il 10,5% della popolazione regionale, stando a quanto riporta il recente Rapporto Cnel sull’immigrazione 2025 “Conoscere per includere”, oltre il 52% si colloca nella fascia 18–49 anni, cioè nella piena età lavorativa.

Una trasformazione che non può che incidere in modo strutturale sul mercato del lavoro regionale, dove circa quattro imprese su dieci, tra quelle che cercano personale, prevedono di ricorrere a manodopera straniera.

Nel settore dell’edilizia il dato è ancora più marcato. Secondo le Casse Edili, infatti, un addetto su due è immigrato e, nella sola provincia di Perugia, oltre 8.100 lavoratori su circa 15.000 sono stranieri. Si tratta di una componente tutt’altro che accessoria, anzi, di un elemento costitutivo su cui si regge la continuità produttiva del comparto.

“Il rinnovo del contratto nazionale nel 2025 – dichiara la segretaria generale della Fillea Cgil Umbria, Elisabetta Masciarri - ha prodotto un aumento dei minimi del 18%, confermando la volontà di garantire salari adeguati e condizioni di lavoro regolamentate.

Il punto, però, - sottolinea Masciarri - non è solo sostenere la crescita dell’occupazione, ma la sua qualità. Qualità che si garantisce attraverso lavoro regolare, continuità contrattuale e percorsi di stabilizzazione. In una regione che invecchia e perde residenti, mentre il sistema produttivo si regge sempre più sul contributo dei lavoratori stranieri, la vera sfida è trasformare la presenza lavorativa in radicamento stabile. C’è bisogno di dare prospettive e creare condizioni che permettano di vivere e non solo lavorare sul territorio”.

Va inoltre considerato come la legislazione vigente subordini l’ingresso regolare alla preesistenza di un contratto di lavoro. La legge Bossi-Fini (n. 189/2002) lega, infatti, il permesso di soggiorno al rapporto di lavoro: per essere regolari occorre lavorare, ma per lavorare occorre essere già regolari. Questo meccanismo, insieme alla gestione dei flussi tramite il sistema dei “click day”, ha prodotto distorsioni evidenti.

I dati del Ministero dell’Interno, aggiornati a giugno 2025, mostrano che solo una quota esigua delle persone entrate attraverso i click day degli ultimi anni, ovvero il 20% rispetto ai click day del 2023 e il 12% rispetto al 2024, ha effettivamente sottoscritto un contratto di lavoro e ottenuto un permesso di soggiorno per lavoro. Il rischio, per un lavoratore, di scivolare in una condizione di irregolarità per ragioni non dipendenti dalla propria volontà, esponendosi a sfruttamento, lavoro nero e intermediazione illegale resta troppo alto per un Paese che deve garantire quelli che sono i presupposti essenziali per la legalità del mercato del lavoro, per la tenuta del sistema produttivo, che deve assicurare giustizia sociale e contrasto alla marginalità.

“Nei cantieri si costruiscono scuole, ospedali e infrastrutture pubbliche, ma raramente ci si interroga sulle condizioni abitative di chi quei cantieri li rende possibili – osserva Dragos Harabagiu, segretario della Fillea Cgil regionale. - Per molti lavoratori immigrati – prosegue Harabagiu - l’accesso alla casa rappresenta oggi la principale criticità, tra affitti elevati, requisiti stringenti, contratti brevi e mobilità territoriale che rendono difficile l’ingresso nel mercato abitativo ordinario, favorendo precarietà e vulnerabilità”.

Il diritto all’abitare è parte essenziale delle politiche del lavoro. Senza una condizione abitativa stabile non c’è integrazione, e senza integrazione non c’è continuità occupazionale. In un settore come quello delle costruzioni, dove l’irregolarità resta superiore alla media, la fragilità sociale può tradursi in dumping contrattuale e sfruttamento.

“Affrontare il tema dell’immigrazione - rimarca la segretaria generale Masciarri - significa quindi andare oltre la dimensione amministrativa e intervenire promuovendo canali legali di ingresso, politiche attive, formazione professionale, rafforzamento della bilateralità e della sicurezza nei cantieri.

Significa garantire un’integrazione e un’accoglienza abitativa che sia partecipata e non subìta, in cui il settore delle costruzioni svolga un ruolo attivo, accompagnando il processo di transizione energetica e ambientale del patrimonio edilizio.

La domanda finale è semplice: l’Umbria vuole ancora essere attrattiva? Allora è necessario superare il populismo ingannevole del “prima gli italiani”, occorre colmare i divari, rafforzare diritti e welfare e progettare un futuro e un presente più stabile che sappia integrare sviluppo economico e coesione sociale”.

 


 

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