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Casa, emergenza strutturale: le sfide tra riforme e criticità

02 aprile 2026
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Il disagio abitativo in Italia, di cui finalmente si riconosce l’emergenza, è profondamente legato alle dinamiche che interessano il mercato del lavoro e al divario crescente tra l’evoluzione dei redditi e il costo di mutui e affitti.

Una questione trasversale che abbraccia giovani, famiglie, anziani e migranti alle prese con differenze territoriali in termini di welfare e politiche abitative. Queste ultime spesso insufficienti per visione e risorse.

Un tema, quello della casa, su cui l’agenda politica si è interrogata poco negli anni passati, adottando una debolezza d’intervento influenzata dalle difficoltà di consenso politico nell’individuare, nella questione abitativa, un fattore decisivo per le politiche di inclusione.

Sono circa 1,5 milioni le famiglie che nel nostro Paese si trovano in emergenza abitativa stando ai recenti dati dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare Nomisma. Una situazione che coinvolge prevalentemente famiglie numerose, single impoveriti e anziani soli, travolti dalle crisi economiche che si sono avvicendate in tempi recenti, con ripercussioni notevoli sulle possibilità di sostenere i costi dell’abitare.

In questo contesto, il sistema dell’edilizia sociale pubblica continua a mostrare una capacità strutturalmente inadeguata rispetto alla domanda.

La spesa pro capite per l’edilizia abitativa resta fortemente disomogenea sul territorio nazionale, e l’Umbria si colloca su livelli particolarmente contenuti, con circa 55 euro per abitante, la metà della media nazionale. Un dato che segnala una capacità di investimento insufficiente a far fronte alle graduatorie e alle richieste abitative.

Ammontano a quasi 4.270 i nuclei familiari che hanno presentato una domanda per un alloggio popolare. Più di 1100 i nuclei presenti nelle graduatorie comunali che restano in attesa di assegnazione, secondo quanto emerge da uno screening effettuato da ATER Umbria nel novembre 2025.

A questo proposito, il Piano industriale 2026-2030 che Ater ha presentato a dicembre dello scorso anno, fornisce un quadro utile e dettagliato dello scenario regionale, rendendo evidente come il patrimonio disponibile, circa 9.500 alloggi, risulti condizionato da una considerevole quota di immobili non utilizzabili, il 18% del totale, per lo più in attesa di ripristino.

A difficoltà gestionali e di manutenzione si sommano fragilità economiche e sociali, elevati indici di morosità nelle città di medie dimensioni e la necessità di consolidare il presidio sociale del territorio e la solidarietà nei contesti abitativi.

L’obiettivo che Ater si pone, volendo potenziare il proprio ruolo di riferimento per le politiche abitative regionali, è quello di riattivare il patrimonio inutilizzato per generare valore sociale e intende farlo seguendo due direttrici.

Da un lato, c’è la volontà di ampliare l’offerta degli alloggi, attraverso iniziative di intervento che velocizzino la riattivazione delle abitazioni vuote (1276 unità) così da soddisfare circa il 30% della domanda, dall’altro l’impegno in iniziative abilitanti per migliorare l’efficienza operativa, i processi e l’organizzazione dell’Ente, oltre che l’efficientamento energetico degli edifici, così da rafforzare la relazione con i locatari e intercettare al meglio le condizioni di vulnerabilità.

Un piano articolato che contempla la realizzazione di più di 200 nuovi alloggi ed il ripristino di più di 230 abitazioni, sostenuto da un investimento complessivo pari a circa 147 milioni di euro.

Risorse queste, che derivano da diverse linee di finanziamento: 55 milioni di euro da fondi PNRR, 43 milioni da fondi sisma, 18 milioni da fondi PNC, 23 milioni da delibera CIPE e 7,5 milioni da risorse proprie Ater.

Un’attenzione all’integrazione sociale che è in linea con le recenti modifiche alla legge regionale sull’edilizia residenziale pubblica (legge regionale n.23/2003), che rivedono i criteri richiesti ai beneficiari.

Una riforma approvata con dodici voti favorevoli della maggioranza (Pd, M5s, Avs e Ud-Pd) e sei voti contrari delle opposizioni (Fdl, Lega, FI) che rinnova la graduatoria introducendo criteri più favorevoli per famiglie numerose, anziani soli, persone con disabilità e nuclei a basso reddito.

“Con questa riforma abbiamo rimesso al centro il bisogno delle persone, riportando l’edilizia residenziale pubblica al suo ruolo di strumento fondamentale per l’inclusione e la riduzione delle disuguaglianze – sottolinea Fabrizio Ricci, consigliere regionale (Avs) - Abbiamo innanzitutto messo la normativa regionale al riparo da profili di incostituzionalità, superando il requisito dell’anzianità di residenza e correggendo il criterio dell’incensuratezza, che non può più ricadere sull’intero nucleo familiare, evitando così ingiustizie che in passato hanno colpito anche famiglie in forte difficoltà.

Allo stesso tempo abbiamo rafforzato i criteri legati al bisogno reale, dando maggiore peso a famiglie numerose, con minori, anziani e persone con disabilità. Per quanto riguarda poi, le misure relative al reinserimento di persone in esecuzione penale esterna, queste si muovono nel solco delle politiche nazionali per ridurre il sovraffollamento carcerario. L’obiettivo è quindi quello di offrire, attraverso questa riforma, una possibilità concreta a chi vuole ricostruire il proprio percorso di vita”.

Una riforma che apre a percorsi sperimentali, dal reinserimento delle persone in esecuzione penale a soluzioni per donne vittime di violenza, e rafforza gli strumenti per il recupero degli alloggi non utilizzati, attraverso l’autorecupero, mentre a livello nazionale rimbomba l’assenza dell’annunciato Piano casa.

Pesano le scelte del Governo che ha tagliato sistematicamente fondi agli enti locali, indebolendo la capacità dei territori di rispondere ad una criticità crescente, e non riesce a trovare risorse adeguate in grado di rispondere ai bisogni di 250.000 famiglie in lista d’attesa per una casa popolare.

Fillea Cgil stima la necessità di un investimento straordinario di almeno 35 miliardi di euro per rilanciare l’edilizia pubblica e garantire un’offerta abitativa accessibile, sottraendo il tema della casa alla logica del mercato e riportandolo nell’ambito delle politiche pubbliche, ma il Piano continua ad essere rinviato.

Un tema sociale, ma anche economico, quello della crisi abitativa, riconosciuto per la prima volta in questa legislatura come prioritario anche dall’Unione europea.

Tuttavia, le misure indicate dall’UE possono solo integrare le politiche nazionali, l’edilizia abitativa resta infatti una questione di competenza nazionale, ma per la quale è fondamentale agire armonizzando tutti i livelli, facendo leva su proposte, risorse, competenze disponibili.

Dalla ristrutturazione delle case popolari sfitte, alla sospensione delle dismissioni del patrimonio residenziale pubblico, utilizzando i fondi europei disponibili, a partire dalla revisione di medio termine dei fondi di coesione che si è appena conclusa. Progettualità e innovazione per coloro che pur non rientrando nei requisiti per accedere alla casa popolare, hanno difficoltà a sostenere i costi dell’abitare e sostegno a giovani lavoratori e studenti.

Il nodo non è più trovare soluzioni, ma decidere di attuarle.

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